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31 agosto 2007


Da Bologna la Rete Articolo 49

Roberto Giorgi Ronchi, avvocato che ha prestato assistenza legale nell’associazione “Antigone”. Lilia Infelice, economista industriale di origine calabrese formatasi alla scuola degli economisti industriali di Bologna. Riccardo Lenzi, impegnato nel coordinamento della rete Unirsi , nel Comitato promotore del PD del quartiere Reno di Bologna, nella rete civica Res Publica. Paolo Orioli e Valerio Serra, della Rete dei Cittadini per L'Ulivo.
Sono i cinque sottoscrittori di un documento-appello «per un contributo alla rigenerazione della democrazia nel nostro Paese e per un autentico impegno costituente». Invitano a contribuire alla costruzione di una carta comune tra le liste che si presenteranno alle assemblee costituenti nazionale e regionali, in tema di statuto e grandi linee del progetto politico.
Rete Articolo 49 (dall’articolo della Cosituzione italiana che prescrive che «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale») è anche diventato un sito-blog.
Info: retearticolo49pd@gmail.com


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30 agosto 2007


PD? Dico la mia!” Tante voci per il nuovo partito

Alla Festa dell’Unità di Genova, in corso fino al 16 settembre, sarà distribuito il questionario “PD? Dico la mia!”. È stato realizzato dalla scuola di formazione politica “Per fare politica”, nell’ambito del progetto “In prima fila”, con domande sui valori fondanti del Partito Democratico, i principali obiettivi che il nuovo partito deve perseguire per il nostro paese e come si deve organizzare.
Al questionario è possibile dare una sola risposta a ogni domanda, segnando con una X quella che più si avvicina all’opinione dell’intervistato anche se non coincide perfettamente. Qualora si sia tentati di dare più di una risposta alla stessa domanda perché corrispondono almeno in parte al modo di pensare dell’intervistato, l’invito è a segnare solo quella che si considera prioritaria. Ecco il questionario.

1. UN PARTITO DI VALORI

1.1. Per quanto riguarda la democrazia reale e i suoi valori, il PD:

• non aggiunge né toglie nulla alla attuale situazione
• tende a assorbire il dinamismo di movimenti e partiti minori
• alza il livello di democrazia del Paese

1.2. Per quanto riguarda la convivenza e la giustizia sociale e civile, il PD:

• è maggiormente in grado di coalizzare idee e iniziative per il lavoro e per il benessere sociale anche attraverso un’equa distribuzione della ricchezza e delle opportunità
• non sarà in grado di esprimere almeno nel prossimo futuro l’idealità e la mobilitazione necessarie
• realisticamente riuscirà ad esprimere una sintesi programmatica in cui prevarranno soluzioni più o meno valide o pasticciate di cultura laica o cattolica

1.3. Per quanto riguarda legalità e sicurezza, il PD:

• deve agire con estremo rigore e con efficacia e coerenza legislativa e repressiva partendo dal presupposto che la legalità non è né di destra né di sinistra
• deve gestire la situazione con buon senso e tolleranza combattendo la psicosi della illegalità diffusa.
• deve perseguire un disegno di ampio respiro che vada alle radici del disagio e dell’agire criminale

1.4. Per quanto riguarda i valori della famiglia, il PD:

• punta alla difesa indiscutibile dei valori tradizionali con una forte attenzione alle convinzioni morali e alle consuetudini sociali e religiose del nostro paese
• punta alla salvaguardia di alcuni valori tradizionali sia cattolici che laici tenendo tuttavia conto dei profondi cambiamenti del tessuto sociale
• punta a garantire al massimo possibile ogni libertà individuale e di coppia.

1.5. Per quanto riguarda la globalizzazione e il ruolo internazionale, il PD:

• conferma le scelte di schieramento fatte dal paese e punta al superamento dei conflitti attraverso il rafforzamento degli organismi internazionali
• dovrà puntare ad una politica di interesse strettamente nazionale limitando gli impegni e i vincoli in particolare europei quando troppo onerosi
• dovrà schierarsi senza indugi per il disimpegno italiano da qualsiasi fronte a qualsiasi titolo aderendo solo ai grandi temi di salvaguardia dell’ambiente e della pace.


2. UN PARTITO PER L’ITALIA

2.1. In Italia nel rapporto centro periferia, quale linea deve adottare il PD:

• Un ruolo più forte dello Stato sul territorio
• Più decentramento amministrativo e federalismo fiscale
• Razionalizzare l’attuale situazione

2.2. I due paesi, il Nord il Sud e il PD

• Il PD deve appoggiare una forte e aggressiva iniziativa antimafia in tutto il Sud perché altrimenti esisteranno sempre due paesi
• E’ necessario un piano per il Sud di investimenti e iniziative di lungo periodo in vari campi per costruire le basi di un salto di qualità.
• Il Sud e il Nord sono solo categorie geografiche e più si usano due pesi e due misure più le differenze si accentuano

2.3. Le infrastrutture del paese (strade, autostrade, ferrovie, porti, discariche, ecc.) sono insufficienti e arretrate rispetto alle esigenze, il PD:

• Deve considerare una priorità assoluta la loro realizzazione o modernizzazione e, nell’interesse superiore del paese, contrastare ogni logica particolaristica non giustificata e il “no a tutto” o il “non nel mio giardino”.
• Deve avviare un processo di dialogo con tutti gli attori interessati dagli interventi strutturali seguendo nel limite del possibile le indicazioni ricevute ma poi proseguendo senza indugi per la strada definita in tempi prefissati
• Deve accettare in ogni caso il parere delle popolazioni locali e dei comitati spontanei dei diretti interessati ricercando soluzioni alternative

2.4. La pressione fiscale anche a fronte di servizi pubblici non sempre efficienti è piuttosto rilevante, il PD:

• Deve soprattutto portare avanti una politica di forte disimpegno dello Stato da alcuni servizi non essenziali in modo da ridurre i costi pubblici
• Deve in particolare rivedere l’attuale struttura di tassazione perché non è equa e colpisce soprattutto le classi meno abbienti.
• Deve soprattutto appoggiare le iniziative volte a contrastare l’evasione fiscale e rendere più efficiente e meno costosa la macchina burocratica

2.5. Per quanto riguarda il funzionamento della giustizia, il PD:

• Con la Riforma Mastella il processo di riordinamento della magistratura è praticamente cosa fatta
• La Riforma Mastella deve essere solo l’inizio di un processo di vera riforma della giustizia il cui vero problema per il cittadino sono i tempi e i costi oltre, naturalmente, la certezza della pena
• La giustizia è allo sfascio e il PD deve diventare meno accondiscendente con un sistema in gran parte disorganizzato e fortemente inefficiente.

2.6. Per quanto riguarda il rapporto fra politica e cittadini, il PD:
• Per prima cosa deve preoccuparsi della revisione della legge elettorale Berlusconi che ha favorito la frantumazione e l’instabilità politica
• Per prima cosa deve dare un forte segnale di cambiamento dal punto di vista morale impegnandosi senza tentennamenti contro i privilegi che il sistema politico e amministrativo hanno costruito per sé in tutti questi anni.
• Per prima cosa deve costruire o ripristinare un reale rapporto di ascolto e di partecipazione con i cittadini

2.7. Pensioni, lavoro, benessere sociale il PD:

• Deve difendere l’accordo sulle pensioni e sul welfare perché era il migliore che si potesse fare dati i vincoli e i cambiamenti in essere, come per esempio l’aumento dell’età media
• Deve darsi l’obiettivo di aumentare ulteriormente l’età pensionabile considerato il considerevole aumento dell’età media.
• Deve considerare che l’accordo che è stato fatto offre un cattivo se non pessimo esempio di politica di sinistra

2.8. Sanità, welfare, il PD

• Deve difendere la sanità pubblica ma anche incentivare quella privata
• Per garantire una migliore efficienza deve portare avanti un disegno di privatizzazione della sanità
• Deve mantenere la sanità in ambito pubblico migliorandone l’efficienza

2.9. Ricerca, sviluppo industriale ed economico, formazione, il PD:

• Dovrebbe essere favorevole a spostare risorse anche da altri servizi pubblici perché la ricerca è strategica per lo sviluppo del paese
• Dovrebbe essere favorevole a spostare risorse sulla ricerca ma alla condizione che non venga mai intaccato il livello dei servizi primari e sociali (sanità, assistenza, eccetera).
• Dovrebbe sostenere il principio di un maggior coinvolgimento del sistema industriale limitando il proprio apporto diretto e delegando ai finanziamenti europei la ricerca di base.

2.10. Immigrazione, integrazione, multiculturalità e PD:

• L’Italia è un paese ospitale ed è giusto e opportuno favorire l’immigrazione regolare per le esigenze produttive del paese agevolando il più possibile gli scambi fra culture, razze e religioni diverse
• Il nostro paese deve controllare di più gli ingressi e migliorare l’efficienza e l’efficacia del sistema di accoglienza in modo da selezionare meglio gli stranieri, favorendo una integrazione senza traumi da una parte e dall’altra.
• Il “buonismo” non è buona politica soprattutto di questi tempi. Bisogna aumentare il livello di attenzione e i controlli e stabilire un livello di tolleranza, superato il quale è necessario agire in modo drastico.


3. UN PARTITO DEMOCRATICO

3.1. La prima preoccupazione negli obiettivi e nell’attività quotidiana del partito

• L’interesse generale del paese
• L’interesse delle classi popolari e disagiate
• L’interesse del proprio elettorato di riferimento

3.2. Governo del paese e Partito Democratico

• Non deve esserci alcuna contraddizione fra le scelte che vengono fatte a livello governativo e i programmi e le iniziative del PD
• Partito e governo sono due cose ben distinte per cui è lecito che il Partito possa trovarsi in disaccordo e contestare il Governo ed è lecito che il Governo porti avanti istanze proprie e non condivise assumendosene le responsabilità
• Bisogna sempre trovare una giusta mediazione perché l’attività governativa è per forza di cose sottoposta a vincoli e necessità che esulano dalla volontà e dalla capacità di intervento dei singoli partiti.

3.3. Dissenso interno, correnti, gruppi, interessi di lobby, il PD:

• Il PD è un partito forte proprio grazie alle differenze esistenti. L’importante è che si riesca a trovare una sintesi comune attraverso il dialogo e il lavoro sugli obiettivi.
• Il PD è un partito nuovo in cui è necessario rimescolare le carte della propria appartenenza originaria favorendo nuovi apporti esterni
• Attraverso la lotta e la concorrenza fra opinioni diverse e diversi modi di affrontare le cose vincono i migliori e quindi si avrà la possibilità di emergere meglio anche nella lotta politica esterna.

3.4. Organizzazione, coinvolgimento, il PD:

• Deve essere una organizzazione basata sui propri iscritti regolarmente tesserati
• Si deve poter basare oltre che sui propri iscritti anche su simpatizzanti e attivisti della società civile che condividono ideali o attività
• Bisogna pensarlo come più come un “movimento” che come un “partito” e quindi il più flessibile ed eterogeneo possibile

3.5. Differenza di genere, il PD:

• La presenza femminile in politica è un elemento costitutivo della democrazia per cui è giusto stabilire che il 50% delle cariche interne e esterne siano affidate per regolamento alle donne del Partito
• La presenza femminile in politica è un elemento di grande valore democratico e organizzativo ma contano anche le abilità personali per cui è opportuno favorire la presenza femminile ma senza stabilire quote rigide
• In politica contano le persone. Donne o uomini che siano devono saper fare, saper rappresentare il Partito e i suoi valori e saper comunicare. E questi più che il sesso di appartenenza devono essere gli unici metri di valutazione.

3.6. Dirigenti del Nuovo Partito
• E’ determinante che abbiano molta esperienza e provengano dalle file delle precedenti organizzazioni e dall’attività politica quotidiana
• Serve una maggiore apertura al nuovo che premi anche l’ascesa di persone non necessariamente appartenenti ai precedenti partiti
• E’ opportuno cambiare tutto e tutti e dare inizio ad una nuova generazione di dirigenti di partito.

3.7. Qualità personali delle persone con ruoli di responsabilità nel PD
• In particolare essere bravi comunicatori, presentarsi bene, dialogare con i mass media, attirare attenzione e simpatia
• In particolare essere affidabili politicamente, di appartenenza definita, coerente e trasparente, buoni punti di riferimento organizzativo e politico
• In particolare devono avere capacità di fare squadra, attivismo e movimento, stimolare le persone a fare, lavorare per obiettivi e per progetti più che per ruoli definiti

SESSO M F

ETA’ ______

CITTA’ DI RESIDENZA ___________

PROFESSIONE ______________________

TITOLO DI STUDIO
• Elementare
• Media inferiore
• Media superiore
• Università

ALLE ULTIME ELEZIONI POLITICHE HO VOTATO ____________________________


30 agosto 2007


“Laboratori aperti” nelle quattro province abruzzesi

Due giovani dirigenti della Margherita abruzzese, il lancianese Francesco Piccirilli, componente della direzione regionale dei Dl, e il pescarese Massimiliano Perazzetti, membro dell’assemblea federale e del comitato promotore regionale del Partito Democratico, in queste settimane stanno dando vita a un'iniziativa originale, che si proietta oltre la data del 14 ottobre. Si tratta dei “Laboratori aperti dei democratici riformisti”. I primi due “Laboratori aperti” sono nati a Lanciano, in provincia di Chieti, e a Città Sant’Angelo, in provincia di Pescara. Il progetto-sistema coinvolge le quattro province abruzzesi, che saranno messe in rete con un laboratorio aperto regionale, sintesi delle progettualità politiche e programmatiche rappresentate dai territori. Diverse città di piccole e medie dimensioni hanno già aderito. Il progetto prevede la costituzione di luoghi di incontro aperti per partecipare, interagire e confrontarsi con gli amministratori locali su progetti, temi e vertenze ed elaborare proposte organizzative.
Sono una trentina le città abruzzesi dove i dirigenti regionali della Margherita stanno organizzando i “Laboratori aperti” assieme agli amministratori locali e agli esponenti dei Democratici di sinistra, e a breve saranno messi in Internet i primi laboratori locali. A livello regionale il laboratorio aperto di sintesi sarà costituito i primi di settembre.
A ottobre arriverà in Abruzzo il sindaco di Venezia e direttore del Centro di formazione politica (Cfp) di Milano, Massimo Cacciari. «Il Laboratorio diventerà a breve uno strumento indispensabile e innovativo, dove i giovani amministratori abruzzesi potranno confrontarsi liberamente sulla necessità del fare politica unitamente alle collettività -spiegano Piccirilli e Perazzetti- pensando che il parametro di riferimento da recuperare è la tutela del bene pubblico, confinata ad un angolo da una classe dirigente priva di spinta propulsiva».


27 agosto 2007


L'appello di Gawronski

Il Comitato per le Liste Gawronski, per sostenere la candidatura di Pier Giorgio Gawronski (nella foto) alla segreteria nazionale del Partito Democratico, invita a visitare il sito www.gawronski.it, a partecipare al forum e inviare idee via e-mail.
«Se vorrai sostenerci con il voto o candidarti tu stesso all’Assemblea Costituente del PD, noi siamo a tua disposizione», scrive in una mail lo staff del candidato che sollecita una «rivoluzione civile», per «liberare l’Italia dalle “caste”, cominciando da quella dei politici e dai suoi meccanismi, per un paese in cui vengano riconosciuti i meriti e non i privilegi»
Info: Comitato per le Liste Gawronski - Tel. 334 8342852 – email: staffgawronski@gmail.com


26 agosto 2007


A Barletta nascono “Gli Arcobaleni per il Partito Democratico”

A Barletta è stata costituita l’associazione politico-culturale di cittadinanza attiva “Gli Arcobaleni per il Partito Democratico”. A livello istituzionale, hanno aderito quattro esponenti dei Democratici di Sinistra: i consiglieri comunali Franco Ruta e Nicola Defazio, il 36enne assessore comunale Emanuele Doronzo e il presidente della circoscrizione “Borgovilla-Patalini” Vito Tupputi. «L’associazione - si legge nel documento- è attualmente costituita sia da soggetti provenienti da partiti e movimenti progressisti del centrosinistra e sia soggetti che per la prima volta vivono un’esperienza politica». Coordinatore e portavoce è Gianni Tiani, attualmente nel direttivo dei Ds di Barletta. «L’associazione -spiegano i fondatori- si prefigge lo scopo di riunire gli uomini e le donne che credono in quel progetto riformista sulla base del quale sarà caratterizzato il nuovo Partito Democratico. In attuazione del principio di cittadinanza attiva, questa associazione si pone l’obiettivo di favorire il rapporto tra il cittadino e le istituzioni in termini di partecipazione, confronto e progettualità».


26 agosto 2007


Servodio, creiamo luoghi da cui possa nascere una proposta unitaria di candidatura alla segreteria del Pd pugliese

Il dibattito sviluppatosi fino ad oggi sulla stampa e attraverso le lettere fra autorevoli personalità del nascente Partito democratico, rischia di deludere ampie fasce di coloro che guardano all’appuntamento del 14 ottobre, data prefissata per lo svolgimento delle elezioni primarie dello stesso Pd, come una decisiva occasione di rinnovamento del modo di fare politica.
Proprio per questo, i Riformatori per l’Ulivo, tra i primi antesignani della nascita del Partito democratico, hanno organizzato per domani, lunedì 27 agosto, alle ore 18.30, a Bari, nella sede dell’agenzia “Il Corsivo”, un incontro aperto per riaffermare l’esigenza di luoghi condivisi in cui interpretare le attese dei cittadini nei confronti di una svolta nel modo di fare politica, con particolare riferimento alla necessità di attrarre quelle esperienze diffuse del cattolicesimo democratico, sociale e popolare che nel Partito democratico possono trovare la compiuta espressione dei valori della solidarietà, dell’equità sociale, dello sviluppo dei territori, dell’innovazione.
All’incontro, parteciperà l’assessore Regionale Guglielmo Minervini. A me toccherà il compito di presentare l’iniziativa. Fin d’ora posso dire che la preoccupazione più forte riguarda l’eccessiva enfatizzazione della leadership del partito regionale, laddove il partito nuovo non può ricalcare un modello individualista, ma deve saper coniugare progetto politico e contenuti, con un “profilo di guida” ad essi coerenti.
Questa strada non è stata percorsa. Il Partito democratico nasce per eliminare i vecchi vizi della partitocrazia, ma non può assecondare una deriva populista in nome di una lotta “antipolitica” delegata a singole personalità.
Per questo, è urgente porre la realizzazione di luoghi di confronto politico da cui non si può escludere che possa nascere una proposta unitaria di candidatura che si richiami all’area di Walter Veltroni.
Giusy Servodio
Deputato dei Dl-La Margherita su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di domenica 26 agosto 2007


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25 agosto 2007


Un Pd maggioritario, per un centrosinistra di nuovo conio

Ieri l’anticipazione della prefazione al libro di Walter Veltroni, che raccoglie il discorso programmatico del 27 giugno, al Lingotto di Torino, in cui il sindaco di Roma si è candidato alla segreteria nazionale del Partito Democratico. Oggi, sul quotidiano “Europa”, l’editoriale di Francesco Rutelli.
L’uno e l’altro accentuano il profilo più dirompente che caratterizza la sfida delle primarie del 14 ottobre: dare vita a un partito nuovo che garantisca rappresentanza politica maggioritaria e fortemente caratterizzata nella sua identità riformista.
Riproduciamo di seguito le due riflessioni.


Un partito maggioritario

di WALTER VELTRONI

L'Italia ha bisogno di un partito che si proponga di dare cultura di governo al bipolarismo italiano. Se le parole hanno un senso, questo significa che il Partito democratico nasce per superare l'idea che quel che conta è vincere le elezioni. Ovvero battere lo schieramento avversario mettendo in campo la coalizione più ampia possibile, a prescindere dalla sua coerenza interna e dalla sua effettiva capacità di governare il Paese.

Il Partito democratico nasce per affermare un'idea diversa e nuova: quel che conta è governare bene, sulla base di un programma realistico e serio. E lo schieramento che si mette in campo deve essere coerente con questo obiettivo. Non si tratta solo di un ribaltamento dello schema tattico che ha dominato il bipolarismo italiano in questa lunga transizione. Si tratta di una rivoluzione culturale e morale. Si tratta di restituire moralità alla politica. Si potrebbe dire che si tratta di affermare una visione “antimachiavellica” della politica stessa: scopo della politica non è organizzare la forza necessaria alla conquista e alla conservazione del potere. Questo è semmai un vincolo strumentale, che non può e non deve essere trascurato. Ma il fine della politica deve essere un altro: deve essere il perseguimento dell'interesse del Paese, attraverso la costruzione del necessario consenso attorno a un programma di governo.

È precisamente questo che intendiamo, quando diciamo che il Partito democratico è un partito "a vocazione maggioritaria": un partito che punta non a rappresentare questa o quella componente identitaria o sociale, per quanto ampia possa essere, ma a porsi l'obiettivo di carattere generale di conquistare nel Paese i consensi necessari a portare avanti un programma di governo, incisivamente riformatore. Non per questo, un partito a vocazione maggioritaria, quale il Pd deve essere, è una forza che si pensa come autosufficiente: al contrario, è un partito che intende valorizzare l'alleanza di centrosinistra. E intende farlo sulla base del principio fondamentale della democrazia dell'alternanza, per il quale le alleanze di governo si fanno e si disfano davanti agli elettori, prima del voto. Ma il Pd nasce per riordinare, nel bipolarismo, la gerarchia dei valori tra la coalizione e il programma: è il programma comune, un programma di governo e non genericamente elettorale, che fonda la coalizione, non viceversa: non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione. Sarebbe come considerare la parte più importante del tutto, il partito (o la coalizione) più importante del Paese.

Del resto, in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo: un'operazione politico-elettorale siffatta non avrebbe alcuna possibilità di vittoria, perché sarebbe inesorabilmente bocciata dagli elettori. In Gran Bretagna come in Spagna, in Germania come in Francia, i partiti che intendono candidarsi a governare non possono dar adito ad alcun dubbio circa la loro affidabilità. Memorabile è la lezione di moralità politica di Jacques Delors, che preferì rinunciare alla candidatura alle presidenziali del 1995, perché non avrebbe potuto dar vita, alle successive elezioni legislative, a una maggioranza parlamentare coerente.

Quasi quindici anni di bipolarismo immaturo hanno ormai reso assai sensibile anche l'elettorato italiano su questo punto: non solo per propria scelta dunque, ma anche per una precisa esigenza di sintonia con il Paese, qualunque sarà il sistema elettorale che avremo in futuro, il Pd non potrà presentarsi alle elezioni all'interno di coalizioni disomogenee sul piano programmatico. Piuttosto, dovrà accettare il rischio, o sperimentare l'opportunità, di correre da solo.

Il Partito democratico nasce anche per rompere una falsa alternativa: quella tra governabilità e democrazia. Come non ha senso considerare la sfida del governo come un limite alla partecipazione democratica, allo stesso modo è un errore pensare di poter affrontare le resistenze che si oppongono alle riforme riducendo, anziché allargando, gli spazi di esercizio della cittadinanza. Il Pd al quale penso è un partito che intende mettere al servizio di un incisivo programma riformatore tutta la forza della partecipazione democratica, la mobilitazione delle energie intellettuali e morali, civili e politiche, delle quali dispone una società viva come quella italiana. Non c'è altra strada per fare le riforme: non si può immaginare di dare alla politica la forza necessaria a far prevalere gli interessi generali sulla tirannia di quelli particolari, corporativi, microsettoriali, senza conferirle una nuova legittimazione democratica.

Per questo il Partito democratico dovrà essere un partito davvero nuovo. Perché dovrà pensarsi non più come un bene privato, di proprietà della comunità chiusa, per quanto larga possa essere, dei suoi fondatori, dei suoi dirigenti, dei suoi militanti. Ma al contrario come una istituzione civile, che svolge una funzione pubblica e che come tale appartiene a tutti i cittadini che intendono abitarlo. Questo è del resto il modo di intendere i partiti proprio delle grandi democrazie: le quali, non a caso, dispongono di pochi, grandi partiti politici, il ciclo di vita dei quali si misura in svariati decenni, quando non in secoli. Uno dei sintomi più preoccupanti della grave malattia che affligge la democrazia italiana è invece proprio la proliferazione di tanti, piccoli ed effimeri soggetti politici, che è perfino improprio definire partiti, almeno nel senso europeo (per non dire nordamericano) del termine, e che per la loro spiccata vocazione oligarchica, quando non familistica, è ancor più difficile descrivere come democratici.

Il Partito democratico nasce per segnare una discontinuità profonda con questo stato di cose. Non a caso si è deciso di fondare il partito nuovo, non sulla base del semplice mandato dei partiti preesistenti e neppure a partire da un appello di uno o più leader, bensì attraverso un vero e proprio "big-bang" democratico: l'elezione di un'assemblea costituente e di un segretario da parte di tutti i cittadini che si dichiarano interessati a contribuire a questa straordinaria impresa collettiva. Di conseguenza, il prossimo 14 ottobre, giorno stabilito per le elezioni costituenti, nascerà un partito che non sarà di proprietà privata di qualcuno, ma si proporrà come un'istituzione della democrazia italiana, a disposizione di tutti i cittadini che, riconoscendosi nei suoi orientamenti di fondo, vogliano utilizzarlo "per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale", come recita l'articolo 49 della Costituzione.

Il codice genetico col quale nasce il Pd determina necessarie coerenze rispetto allo sviluppo della sua forma-partito, del suo modello politico-organizzativo. Innanzi tutto, il "big-bang" democratico non potrà restare un unicum irripetibile, ma dovrà diventare la regola generale con la quale saranno prese le decisioni più importanti, a cominciare da quelle che riguardano la selezione della leadership, a tutti i livelli, e più in generale delle candidature, in modo da garantirne la effettiva contendibilità. In secondo luogo, e in coerenza con la natura di partito "a vocazione maggioritaria", a regime la leadership di partito dovrà coincidere con la premiership, o con la candidatura a premier, come avviene in tutte le grandi democrazie europee. Terza, necessaria coerenza, il Pd dovrà essere un partito federale, in grado di dare espressione alla diversità delle realtà territoriali: non ci dovranno essere sezioni "periferiche" di un partito centralizzato, ma una rete di partiti territoriali federati, profondamente radicati nelle società locali, anche se culturalmente aperti a una prospettiva nazionale, europea e globale. Infine, le modalità di associazione e di militanza dovranno essere le più varie e flessibili, secondo un modello a rete, che valorizzi le sezioni territoriali come i circoli di ambiente, le associazioni culturali come le forme più innovative di contatto telematico: è anche in questo modo che il Partito democratico potrà contribuire a portare all'impegno e all'assunzione di responsabilità politiche più donne e più giovani.

Walter Veltroni - Prefazione al libro “La nuova stagione” (Rizzoli) di imminente uscita


Che cos’è un centrosinistra di nuovo conio?

di FRANCESCO RUTELLI

Nuovo conio. Significa battere la stessa moneta con un conio nuovo? Certamente, se parliamo della Zecca. Ma nella politica italiana si tratta di coniare una moneta nuova. Per intenderci, come passare dalla lira all’euro.
Le frettolose repliche polemiche alle ipotesi di «alleanze di nuovo conio» per i futuri governi di centrosinistra finora non hanno colto il punto. Fotografano l’esistente. Che non è soddisfacente. Ignorano le grandi potenzialità che può schiudere la nascita del Partito democratico; anzi, si affannano a cercare di sbarrare la strada a quello che sarà naturaliter un più che probabile sbocco per il Pd: decidere le alleanze in base al progetto in campo per governare e cambiare questo paese.
Non più constatare l’estrema difficoltà di governare e cambiare l’Italia se l’alleanza non dovesse rispondere al progetto, se l’esperienza non dovesse rispondere al dovere e alle attese di coraggiose riforme. Perché, senza riforme coraggiose, l’Italia è condannata a non crescere, a restare indietro.
Questa condanna noi la vogliamo ribaltare. Agiremo subito, cominciando col contribuire alle proposte per l’agenda del governo, a partire dalla manovra economica dell’autunno.
Che primarie sarebbero, senza proposte chiare sulle grandi questioni su cui si misura il paese? Abbiamo detto una verità semplice: gli alleati di oggi – che dureranno per la legislatura, secondo l’impegno preso con gli elettori – non è detto che lo siano a vita. Dipende dalla sinistra più radicale, se continuerà a isolarsi, a cercare una caratterizzazione su temi troppe volte conservatori e talvolta del tutto minoritari. Attenzione: non in minoranza tra i “moderati” o “la borghesia”, come si diceva un tempo: minoritari nel popolo, nei ceti popolari. Ci auguriamo sinceramente che il confronto tra queste forze si risolva per il meglio: con un chiaro orientamento per il governo.
Ma le decisioni strategiche, che cambieranno lo scenario della politica, dipenderanno dalle scelte del Pd. Un partito nuovo non nasce per registrare la media aritmetica delle posizioni in campo: rivolge una sfida. Se vogliamo che questa sfida recuperi e accresca i consensi, non chiudiamoci nel nostro recinto. Troppe volte è un recinto immaginario, riservato agli addetti ai lavori. Entriamo nei grandi spazi aperti del paese. C’è una società che cambia velocemente: è in bilico, ma oggi propende a farsi guidare da una destra populistica, coltivatrice dei mille particulare italiani.
Negli anni a venire, l’alternativa al ritorno della destra non potrà che essere un centrosinistra di nuovo conio. Il Partito democratico dovrà dimostrare di saper fare la sua parte: avere idee, progetti, capacità
di organizzazione e soprattutto capacità di ampliare il consenso. I segni si vedranno già nella competizione delle prossime settimane.

Francesco Rutelli - “Europa”, 25 agosto 2007


22 agosto 2007


Ceccanti, col voto del 14 ottobre nessun inquadramento nel Pd, massima libertà

È stato uno di coloro che ha materialmente scritto il Regolamento delle Primarie del 14 Ottobre. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, sull’Unità di stamattina, risponde bene ad alcuni interrogativi che le “campagne di ascolto” informali, realizzate in questi giorni, hanno fatto emergere. Per esempio, se fosse da considerarsi un’iscrizione al Partito Democratico, quella sottoscrizione dell’intento costituente richiesta con il voto di domenica 14 ottobre. No, dice ceccanti: «Non si chiede a nessuno di inquadrarsi rigidamente, militarmente, come nei vecchi partiti ideologici». Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento di Ceccanti.

“Tre consigli per un milione”

di Stefano Ceccanti

A distanza di due anni dalle primarie dell’Unione del 2005 e a poche settimane dal 14 ottobre, possiamo tentare di cogliere le differenze di questi due passaggi chiave del centrosinistra italiano. La giornata del 2005 è incomparabile dal punto di vista quantitativo e non solo perché si rivolgeva alla platea più ampia di tutti gli elettori dell’Unione. Le motivazioni di voto furono allora eterogenee: c’erano quelle contrarie al governo Berlusconi e in particolare anche alla nuova legge elettorale appena approvata, ma c’erano anche quelle positive, che puntavano a stabilizzare una coalizione eterogenea rafforzando la persona di Romano Prodi. C’era infine il metodo nuovo, una breccia preziosa nella logica con cui i partiti avevano gelosamente preso le decisioni più importanti fino ad allora al proprio interno o con patti di vertice.

Il Pd, che oggi possiamo considerare già al governo, non può, anche per questa sua collocazione, sperare che funzionino ancora motivazioni negative, anti-Berlusconi. Nasce però allargando quella breccia aperta allora e per sostituire la garanzia data in quel caso dalla persona di Romano Prodi con una più solida, con un partito chiamato a supportare stabilmente il centrosinistra con una moderna cultura di governo. Chiarita questa cornice di forti differenze e di alcune continuità col 2005, che rende, come hanno sottolineato vari osservatori, il milione di votanti il parametro più corretto per il successo del 14 ottobre, non spetta certo a me dare suggerimenti molto dettagliati e pratico-organizzativi. Fra l’altro il sito www.partitodemocratico.it pubblica già molto materiale ben fatto e socializzabile. Mi limito pertanto a tre sottolineature.

La prima, che occorre trasmettere meglio l’idea che non si chiede a nessuno di inquadrarsi rigidamente, militarmente, come nei vecchi partiti ideologici. Il 14 ottobre si dà il massimo di democrazia governante (elezione diretta di segretari e assemblee costituenti) a tutti coloro che, dai sedici anni in su, se la sentono di aderire a un testo costituente e che si riservano poi di valutarne in libertà gli esiti successivi. Questo lo chiarisce già il regolamento, ma deve essere veicolato con chiarezza: massimo di libertà e massimo di efficacia diretta della partecipazione.

Secondo: proprio perché il processo costituente è aperto, nei limiti della condivisione dei principi e dei valori di un moderno centrosinistra, non ci possono essere tabù su nessuna opzione programmatica e organizzativa né, nel contempo, ci possono essere persone che ricorrono a demonizzazioni delle opinioni altrui o a perentori richiami all’ordine. Sulle proposte si ha l’onere di cercare il consenso più ampio in positivo, nello stile di condivisione di chi ha deciso di militare non solo in una stessa coalizione, ma anche in un medesimo partito. Nessuno è proprietario o custode, tutti devono sentirsi in competizione senza rete.

Questa osservazione si lega anche a un terzo aspetto, quello della natura federale del partito, che sarà affermata il 14 ottobre dall’elezione dei segretari regionali e da quella delle assemblee costituenti regionali, queste ultime all’interno dei 475 collegi della legge Mattarella, utilizzati anche per l’Assemblea nazionale. Come ha già rilevato Miriam Mafai è più facile che la correttezza tra i candidati si affermi tra quelli alla carica di segretario nazionale (che debbono comunque dare l’esempio) perché essi sono maggiormente sotto i riflettori e una eccessiva litigiosità farebbe dubitare della loro consistenza programmatica. Quando invece ci si avvicina maggiormente alla base, e la visibilità complessiva è quindi minore, il rischio di colpi bassi cresce a dismisura.

Se queste dinamiche non sono attentamente dominate, la partecipazione può calare vistosamente. Infatti il potenziale elettore riceve stimoli a recarsi al seggio non solo dalla campagna nazionale, ma anche e soprattutto da chi localmente rappresenta le varie opzioni. Solo in questo momento occupano l’intera scena i candidati a segretario nazionale, ma da qui a un mese oltre ai candidati segretari regionali entreranno in competizione non meno di trentamila persone per ricoprire le cariche di costituente nazionale o regionale. Se esse daranno, nel legittimo pluralismo, l’impressione di poter cooperare dentro il medesimo processo costituente ciò costituirà un grandissimo moltiplicatore di partecipazione. In caso contrario, se dovessero riprodurre una litigiosità simile al sistema politico nel suo complesso, o anche solo alla nostra coalizione, si determinerebbe una grave incomunicabilità e ben pochi sarebbero coinvolgibili al di là di amici e parenti stretti dei candidati.

In sintesi, c’è una domanda di partecipazione che in libertà, dentro una competizione segnata da correttezza reciproca, può trovare risposta il 14 ottobre perché attraverso il Pd, sul versante del centrosinistra, quella domanda cerca da tempo uno strumento per veicolare le stesse richieste al sistema politico nel suo complesso. Dopo 15 anni di transizione i cittadini non possono più essere costretti a scegliere tra un bipolarismo litigioso nelle coalizioni e tra le coalizioni e ricorrenti tentativi di tornare a una democrazia bloccata al centro con deboli alleanze post-elettorali. Se vedranno la possibilità di aprire questa nuova breccia saranno ben più di un milione il 14 ottobre ad aprire con noi il processo costituente.


21 agosto 2007


I due rischi che vede Gentiloni

“I due rischi Democratici”, è questo l’editoriale di oggi del quotidiano della Margherita Europa. È firmato dal ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni. Lo riproduciamo di seguito.

Tra due mesi, con la nascita del Partito democratico, si conclude l’esperienza della Margherita.
Che cosa resterà, oltre alla rappresentanza europea, di quella esperienza? Innanzitutto l’orgoglio di una missione compiuta. La Margherita si scioglie nel Pd non perché il suo progetto sia fallito, ma proprio perché ha avuto successo.
La missione che la Margherita si era assegnata, nascendo nel 2001, non era infatti la propria crescita in sé; tantomeno l’ambizione di assorbire al proprio interno le diverse componenti del riformismo democratico.
Due obiettivi ci ponemmo allora. Primo, contribuire a spostare in senso riformista e della cultura di governo gli equilibri dell’alleanza di centrosinistra (allora, l’Ulivo). Secondo, creare una forza plurale, ben insediata nel campo del centrosinistra, capace per qualità e anche per dimensioni di orientare l’evoluzione dell’area post-Pci verso il Partito democratico, scoraggiando le ambizioni –rivelatesi del resto velleitarie – di incorporare nei Ds le diverse culture democratiche e repubblicane italiane.
Entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti e questo ha reso credibile il progetto del Partito democratico come oggi lo perseguiamo.
Sono stati raggiunti, questi obiettivi, anche perché la Margherita ha dimostrato in vivo la fecondità della mescolanza di culture ed esperienze anche molto diverse. Le difficoltà affiorate nell’ultimo anno – penso al ritorno identitario degli ex popolari a Chianciano, o a un certo appannamento del profilo liberal del partito – non devono mettere in ombra i risultati ottenuti.
Ma davvero la missione è compiuta? Piuttosto, direi che è trasferita.
Trasferita al Pd. La missione del Pd dovrà essere tipicamente maggioritaria. Il suo orizzonte: rimettere in moto l’Italia. Un orizzonte prima che politico, “nazionale”.
Senza questa missione nazionale, se si presentasse come una delle diverse componenti di una interminabile carovana di centrosinistra (magari la componente “moderata”), il Pd non avrebbe futuro.
Per aspirare a svolgere questa missione, al Pd servono due condizioni. La prima condizione è cominciare a tratteggiare gli obiettivi di questa vocazione maggioritaria, ridefinendo attorno ad essi il profilo delle alleanze possibili. Qui scatta subito l’altolà dello stremato continuismo che aleggia nella carovana del centrosinistra: «ma allora volete cambiare alleanze, sostituire la sinistra radicale con i centristi». Una simile ipotesi sarebbe semplicistica ed inutile. E comunque il patto con gli elettori va rispettato e la maggioranza che sostiene il governo Prodi non si cambia in corso d’opera.
Altro deve proporsi il Pd: chiarire i propri obiettivi per il futuro governo del paese e in base ad essi verificare le alleanze possibili, ovviamente in un quadro bipolare.
A questo deve essere utile anche una nuova legge elettorale.
A furia di considerare gli obiettivi di governo come la risultante delle compatibilità interne ad alleanze obbligate, l’Italia si è fermata. Il Partito democratico può farci uscire da questo stallo. E se la sinistra radicale ha un progetto alternativo – e di certo lo ha – chieda il consenso per affermare il proprio programma, non per neutralizzare il nostro.
La forza del Pd sarà dunque tutta nella sua capacità di innovare rispetto alle tradizioni politiche del secolo scorso, tradizioni che senza innovazione sono ormai costrette sulla difensiva e talvolta minoritarie rispetto alla nuova destra degli ultimi dieci anni.
L’obbligo di innovare riguarda anche l’orizzonte socialdemocratico che è il riferimento prevalente del socialismo europeo.
Sarebbe infatti paradossale se, mentre il Pd con la sua stessa nascita va oltre il socialismo europeo, la sua cultura politico-programmatica si rifacesse a quella tradizione.
O addirittura la considerasse come un approdo già bello e definito.
Il Pd, insomma, non può inseguire, da ultimo arrivato, una idea di welfare che non sostiene più le fasce davvero deboli, un paesaggio sociale di riferimento che rischia di essere minoritario, una perdurante diffidenza verso il lavoro autonomo, la cultura del rischio, il ruolo centrale della famiglia.
Il superamento del socialismo europeo non implica affatto l’abbandono delle ragioni ultime della sinistra. Al contrario, in molti casi implica l’abbandono di posizioni che, ricalcando pigramente schemi maturati nell’Europa di 40 anni fa, vanno a discapito dei più deboli. E non solo in via indiretta, perché frenano la crescita economica, ma anche direttamente perché impediscono di orientare le risorse verso i giovani, i precari, le famiglie numerose, gli anziani non autosufficienti, i nuovi poveri.
La seconda condizione perché il Pd possa svolgere la sua missione nazionale è che si presenti e si costruisca come un partito davvero nuovo. Si è discusso molto delle regole che ci siamo dati e dei rischi di un processo verticistico o addirittura poco democratico. Francamente questa discussione non mi convince, specie dopo che si è aperta una competizione tra candidati diversi e autorevoli.
Parlare di rischi di scarsa democrazia nell’unico grande partito al mondo che affida al voto diretto dei propri potenziali sostenitori la scelta dei delegati e della leadership mi pare paradossale. Tanto più in un paese in cui il maggior partito concorrente non ha mai tenuto un congresso e certo non si può permettere la scelta del leader.
Il rischio di verticismo, che c’è eccome, non deriva dalle regole di cui si discute ma dalla fatica a superare e a mescolare i due partiti che promuovono il Pd. Su questo piano la fase costituente sarà cruciale: o Ds e Margherita si sciolgono e si ricompongono sulla base di idee e programmi nei prossimi due o tre mesi, o rischiano di non farlo più. La vicenda delle candidature alla leadership non preoccupa per le regole, ma perché ha messo in luce tra gli ex Ds un’idea di unità del partito che tende a sopravvivere al partito stesso.
Ecco la sfida più difficile per Veltroni, la sfida vera: attorno a idee, programmi, formazione di gruppi dirigenti creare un partito nuovo, non una federazione di ex.
Paolo Gentiloni


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20 agosto 2007


Bintronetta, la “settima candidata” che lavora per tutti

L’anagramma non restituisce un nome particolarmente gradevole. Ma l’iniziativa di presentare “Bintronetta”, la “settima” candidata alla segreteria nazionale del Partito Democratico, nelle intenzioni del promotore serve a «intercettare, valorizzare, approfondire, diffondere, quel che gli altri candidati nelle prossime settimane sapranno affermare come patrimonio comune di idee e di proposta. Son giochi diversi, chi sta in lista compete; è giusto che sottolinei differenze. Io voglio portare acqua nel pozzo comune». Insomma, a «tenere al centro della attenzione tutti quegli elementi che determinano, nelle regole e nel concreto, il funzionamento di un partito. Per poterci poi stare bene. E quindi fare quel che serve. Le regole, o le risorse, e altro, sono tutti pezzi di quel patto di militanza».
Da Bindi, Veltroni e Letta - i tre principali candidati reali - nasce dunque “www.bintronetta.it”, candidata virtuale segnalata, al Comitato “14 Ottobre” della provincia di Foggia, da Valerio Russo (valerio.russo@vie.it) così: «Al di là del gioco sul nome della “settima candidata” credo che nella “presentazione” e nella organizzazione dei contenuti sia ben chiara la scelta di un lavoro volontario orientato al risultato complessivo, non all'affiancamento di questo o quel candidato Segretario nazionale».


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